La Margherita
è il partito democratico
Intervista a Francesco Rutelli
La conversazione con Francesco Rutelli che proponiamo in esclusiva ai nostri lettori,
oscilla tra la confessione personale e l'intervista politica.
Con Enne Effe, il Presidente della Margherita ha parlato a ruota libera, nel suo ufficio al quinto piano
del Palazzo dei Gruppi parlamentari della Camera. Dalla finestra, la vista è incomparabile,
con la cupola della Basilica di San Carlo al Corso ancora più splendente dopo il recente restauro.
Le tensioni e le polemiche che in questi ultimi tempi hanno attraversato il centro sinistra,
mettendo a rischio il rapporto tra la Margherita e Romano Prodi,
sembrano lontane, quasi attutite dalla prorompente bellezza di Roma. Rutelli appare rilassato, fiducioso.
Abbiamo assistito di recente ad un balletto di accuse e smentite, avviato in un clima di crescenti sospetti. È forse iniziato un gioco ambizioso, teso a rimettere in discussione la leadership di Prodi sul centro sinistra?
Assolutamente no. Nella vita politica contano le decisioni che si assumono, non i presunti retropensieri.
Noi, di decisioni, ne abbiamo presa una e una sola, quella a sostegno della candidatura di Prodi. L'abbiamo presa nella certezza che possa servire, sia in funzione della credibilità del programma sia in termini di garanzia per tutti i partner della coalizione, ad aggregare le idee e le forze necessarie per vincere, ma soprattutto per governare il Paese. Il resto appartiene alla sfera della libera discussione politica. La Margherita ha affidato a Prodi il compito di guidare il centro sinistra. Abbiamo fiducia che lo svolgerà bene.
Ma proprio in questo ambito, che definisci di libera discussione, sono emersi contrasti politici.
Non bisogna enfatizzare le questioni o deformarle. In tutti i casi in cui ho partecipato al dibattito pubblico sull'Ulivo e sul centro sinistra non mi sono fatto portatore di opinioni personali, ma sempre della posizione, delle iniziative e della sensibilità che la Margherita è andata formulando e proponendo.
E la nostra linea è chiarissima; unità politica ed elettorale del centro sinistra, federazione delle forze dell'Ulivo, autonomo contributo della Margherita per assicurare innovazione nei contenuti ed equilibrio politico alla coalizione.
Avremo modo, più avanti, di tornare sui temi squisitamente politici. Sarebbe interessante, invece, che una volta tanto provassimo a gettare un raggio di luce non sull'esperienza dell'uomo pubblico, ma proprio sull'universo privato dell'uomo Rutelli: ad esempio sulla fede, ovvero sul tuo essere credente. Perché mai questo riserbo, questa cautela...
Semplice. In una persona che ricopre funzioni pubbliche si possono cogliere scelte di cui è indispensabile parlare; altre su cui è opportuno, altre ancora su cui è discutibile o inopportuno soffermarsi. Chiedere ad un uomo politico se sia o meno credente è del tutto legittimo, e penso sia giusto rispondere. Ma l'eccesso di dettaglio sulle più intime convinzioni personali indica una deformazione e spesso non un ingombro.
Tuttavia ricordo che in occasione del Giubileo si è parlato con insistenza di Rutelli come "Sindaco cattolico".
Da Sindaco ho avuto un'altra preoccupazione, piuttosto che quella di ostentare le mie convinzioni religiose. Ho sentito l'esigenza di valorizzare, con il patrimonio civile, storico e culturale di una città unica come Roma, quell'identità della "Città Eterna" che è legata indissolubilmente alla esperienza bimillenaria del cristianesimo. Oggi noi tutti scontiamo nel consumo della vita quotidiana una percezione molto superficiale delle nostre radici più profonde. Roma è una città dove tutto ricorda la grandezza dei Romani, il passaggio dal paganesimo alla cristianità, la devastazione e la rinascita a contatto con popolazioni diverse, l'emergere della straordinaria civiltà umanistica e rinascimentale, la magniloquenza dell'urbanistica barocca, il tramonto del potere pontificio, l'assunzione al ruolo di capitale della nuova Italia. Ma Roma è anche il centro universale del cattolicesimo. L'attività amministrativa che non fosse interamente laica sarebbe abusiva; ma la guida della città che poggiasse fuori dalla consapevolezza civile dell'eredità cristiana sarebbe piuttosto povera.
Roma, per usare un eufemismo, non ti è indifferente!
Direi proprio di no. Fammi spiegare con un esempio. Poche settimane fa è stata inaugurata dal Sindaco un'opera, progettata dalla mia amministrazione e realizzata con efficacia dall'attuale, per snellire il traffico nell'area che sta all'incrocio tra la Laurentina e il quartiere di via del Tintoretto. Ecco, questo nuovo cavalcavia s'insedia in un fazzoletto di terra a cento metri dal luogo in cui secondo la tradizione è avvenuto il martirio, la decapitazione dell'Apostolo Paolo. Questa è Roma! I secoli hanno visto riconoscere quella memoria attraverso la costruzione dell'Abbazia delle Tre Fontane, "ad Aquas Salvias". E questa generazione naturalmente ricorderà quel pezzo di città per lo svincolo del Tintoretto...
Ai tempi dell'Università, ricordo quanto diceva il professor Valori, docente di urbanistica, per distinguere scherzosamente il comportamento dei romani. Passeggiando per via Due Macelli, diceva - proprio qui dietro alla sede della Margherita - ci sono i molti che guardano le vetrine dei negozi di cucine e i pochissimi che, alzando la testa, si stupiscono del campanile del Borromini di Sant'Andrea delle Fratte. È inevitabile vivere e spesso soffrire nel presente; è anche bello farsi trascinare da un ambiente esterno, lasciarsi possedere da una città come questa. Ma a Roma è assai più bello non perdersi. Ed è bene ricordare ciò che scrisse Silvio Negro sul finire degli anni ‘50: "Roma non basta una vita".
Vi è, a tuo giudizio, uno "stile romano" nel comportamento politico e nel modo di rapportarsi con il potere?
Evidentemente. Roma è la città in cui è stato coniato il motto che dice: "Morto un Papa se ne fa un altro". Familiarità? Cinismo assoluto? Teniamo conto che storicamente questo riferimento al Papa non riguardava solo e tanto il capo spirituale della cristianità, ma il sovrano dello Stato pontificio: il Papa Re.
A Roma il rapporto con il potere non è condizionato dall'ossequio né dal timore. Ci sono un distacco e un esercizio dell'ironia che fissano la condizione del limite di ogni autorità. Tutti ricordano il racconto di Ennio Flaiano del Marziano a Roma. Pochi giorni dopo aver suscitato la morbosa curiosità e l'ammirazione della gente, è "scaricato" senza complimenti. E le persone che lo vedono stravaccato a un tavolo di via Veneto lo fulminano con la battuta: "Ahò, ancora ‘sto marziano"...
Andrei anche oltre. Con un aspetto ancora più incisivo e determinante nel passaggio disinvolto dall'investitura alla decapitazione del potente di turno. Cola di Rienzo, avendo fallito nel suo programma di capopolo rivoluzionario, venne rovesciato e trascinato per le strade di Roma da quelli che erano stati i suoi stessi sostenitori. "Finché non ne rimase cica", cioè finché non ne restò niente, recita l'affascinante Cronica dell'Anonimo Romano di metà Trecento.
Tutto sommato, per tornare all'oggi, considero che uno dei tratti salienti delle amministrazioni democratiche dell'ultimo decennio - oltre al bilancio amministrativo, progettuale ed operativo, che altri trarranno meglio di me - sta forse nella progressiva crescita di una consapevolezza civile, di uno spirito di comunità maggiore che nel passato, di un rapporto tra cittadino e poteri pubblici più meditato, critico, partecipe.
Dunque, Roma è davvero esigente?
Sì: sbaglia chi crede di trovarsi di fronte a una città morbida e accondiscendente. Con Roma, alla lunga, trova un rapporto buono non chi assume posizioni arroganti, né chi indulge in atteggiamenti seduttivi. È una città che in fin dei conti accetta le sfide, le grandi imprese, ma pretende che si rimanga in linea con le promesse. Se non sono magniloquenti è anche meglio. E se i risultati sono superiori alle attese è molto, molto meglio.
Il Campidoglio è una vetrina di primissima importanza. Durante il tuo mandato hai insistito molto sulla dimensione nazionale e internazionale della città. Quale ricordo ne conservi?
Un ricordo bellissimo. Il Campidoglio è un luogo di dignità simbolico-istituzionale unica. Ci sono Agorà, Senati, Fori richiamati in molte parti del mondo. Ma non a caso si è chiamato Campidoglio il luogo del Parlamento più importante, quello americano. Una piccola collina, la nostra, con una funzione davvero universale, se lì si è scelto di guardare i Segni che hanno mosso la Storia duemila e cinquecento anni fa; se dal Tabularium Capitolino prese il via il censimento che mosse verso Betlemme Maria con Gesù in grembo; se la Comunità Europea è nata nel 1957 su quel Colle, così come in Campidoglio viene firmato il nuovo Trattato Costituzionale europeo...
In quel periodo hai potuto incontrare molte personalità...
Da Clinton a Madre Teresa, dalla regina Elisabetta a Fidel Castro a Gorbaciov, dal presidente cinese Jang Zemin al capo del governo iraniano, il riformista Kathami: l'unico, quest'ultimo, a non affacciarsi, per timore di attentati, dal balconcino che dà sullo spettacolo del Foro Romano.
In parole semplici, fare il Sindaco ti è piaciuto.
È stata un'esperienza unica. Sette anni di corsa: con il contachilometri dell'auto di servizio che arrivò a segnare 140.000 km in un anno, percorsi attraverso questo vastissimo Comune. L'avevo dimenticato, ma mia moglie mi ricordò che una sera, salendo a piedi sul Campidoglio - avevo 25 anni - le dissi che il mio sogno più bello sarebbe stato fare il Consigliere Comunale della mia città. Rispetto a questa esperienza, tuttavia, ho voltato pagina senza sentimentalismi il giorno dopo aver lasciato. Anche perché ho la serenità di aver lasciato nelle buone mani di Walter Veltroni.
Che ne pensi dello slogan "Roma ladrona": è un insulto o un monito per la città?
Né un insulto né un monito: è un'idiozia. Nell'anno Duemila Roma ha superato Milano per ricchezza prodotta e questo dato dovrebbe bastare a chiudere definitivamente una polemica davvero insulsa. Del resto, la stragrande maggioranza del popolo italiano non apprezza e non condivide una certa visione leghista, gretta e provinciale, che punta ad alimentare un immotivato rancore contro la Capitale.
A proposito, con il Papa hai avuto la fortuna di tenere rapporti ordinari e duraturi. Quante volte lo hai incontrato?
Molte volte, forse quaranta, o più.
Ci si abitua?
Mai. È sempre un'opportunità eccezionale, non solo un'occasione emozionante, di una confidenza che ti richiama a una riflessione più alta.
Puoi citare un episodio particolare che dà il senso di ciò che definisci come occasione di confidenza?
Non ho mai voluto parlare dei miei colloqui con il Papa. Permettimi di non iniziare.
E le tue sensazioni? Queste, volendo, possono sfuggire alla consegna della riservatezza...
È complicato. Forse posso fare cenno alla sensazione dolente che ho provato quando lo scorso anno andai a Castel Gandolfo con la mia famiglia in un'udienza estiva. L'ho visto tanto sofferente da temere che non ce l'avrebbe fatta a coronare il suo desiderio di accompagnare Madre Teresa agli onori dell'altare, e poi di guidare il Concistoro, di continuare le sue visite pastorali. Invece, ce l'ha fatta, ce la fa, letteralmente, da testimone.
E il Papa verso di te? Possibile che tutto debba rimanere "secretato"?
Sì, ma visto che mi affliggi, ti racconto di quella sera al Presepe dei Netturbini di Porta Cavalleggeri sotto le feste natalizie. Era di buonissimo umore e quando ha visto i miei ragazzi mi ha rimproverato ad alta voce: "Ma perché sono qua! Li dovete portare in montagna, a sciare! Sciare fa benissimo! Anche meglio che venire dal Papa".
D'accordo, questo è il tuo rapporto con Karol Wojtyla. Ma sembra che nella Chiesa tu veda l'esemplarità di grandi figure spirituali e morali. Spesso hai parlato, nel corso di quest'anno, di Gregorio Magno. Perché sei così attratto da questo Papa dell'alto Medioevo?
Di lui ricorrono i mille e quattrocento anni dalla morte in questo 2004. Tra tanti anniversari, dovremmo pure trovare il modo di fissare l'attenzione su questa figura straordinaria d'intellettuale, diplomatico e uomo di Chiesa. Si tratta di un vescovo romano, santo, che di fronte a un mondo attraversato da grandi conflitti e violenze ha saputo imporre la forza della saggezza, con il piglio e la misura di chi pensava di vivere la fine dei tempi, per la turbolenza...
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