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"La coalizione

è l'invenzione degasperiana"

Intervista a Ciriaco De Mita

Nel corso della Festa della Margherita romana, nei giardini di Piazza Cavour, la sera del 14 luglio si è tenuto un incontro con Ciriaco De Mita su "Alcide De Gasperi - Il senso dello Stato, la cultura delle alleanze". Moderato dal direttore della nostra rivista, Lucio D'Ubaldo, il confronto ha permesso di estrapolare, successivamente, l'intervista che sottoponiamo all'attenzione dei lettori.

Su De Gasperi molto, moltissimo si è detto e scritto. Ciò nonostante, ancora si avverte il bisogno di tornare a riflettere su quanto egli ha fatto per il Paese, ponendo innanzi tutto in evidenza la sua alta concezione dello Stato e della politica.

Al tempo stesso è lecito chiedersi se valga la pena tentare di approfondire la conoscenza di una figura indubbiamente centrale nella storia recente del nostro Paese, ma che forse i giovani cominciano a sentire lontana dal loro modo di sentire e di vivere, quasi un personaggio illustre della nostra storia e, per questo, relegabile oramai nel recinto della memoria e del passato.

In altre parole, possiamo giudicare ancora attuale il messaggio di De Gasperi? L'eredità intellettuale che ci ha lasciata rappresenta ancora oggi un punto di riferimento cui è possibile fare ricorso?

Certo, quando si parla di De Gasperi non si può evitare di riconoscergli il ruolo fondamentale che ha ricoperto nella nostra storia, in anni che lo hanno visto agire da autentico protagonista. Rivolgendomi ai giovani in particolare, vorrei sottolineare come ci sia stata più rivoluzione nel periodo breve degasperiano, che non nelle fasi successive della nostra storia politica. Fu la stessa Nilde Jotti, all'epoca in cui era presidente della Camera, a riconoscere il particolare carattere di quegli anni e non ho dubbi che il suo giudizio potesse estendersi alla figura stessa di De Gasperi, anche perché il suo fu indubbiamente il governo più importante della storia della repubblica italiana.

A questo proposito, debbo rilevare che ho sempre diffidato di quella tendenza, molto diffusa in verità, che si limita ad una lettura semplificata della lunga crisi politica della cosiddetta "prima repubblica". Benché vada combattuto ogni atteggiamento nostalgico, è tuttavia evidente che questa "seconda repubblica" è entrata in crisi molto più in fretta della "prima".

La storia della Democrazia cristiana non può prescindere da De Gasperi - e a lui vorrei associare Aldo Moro - per la sensibilità e l'attenzione costantemente rivolte alla costruzione degli equilibri politici più adeguati alle necessità del momento. Ora, la grande differenza tra De Gasperi e Moro, da una parte, e gli uomini politici di oggi dall'altra, è che i primi riuscirono a realizzare un equilibrio politico complessivo, contemplando e riconoscendo forze che convergevano verso la maggioranza, come pure forze che ad essa dichiaravano di opporsi. Non si dava spazio, in altri termini, a quella tentazione omologante che caratterizza la situazione politica in cui ci troviamo oggi.

Sono convinto, del resto, che De Gasperi sia stato un autentico innovatore sul piano istituzionale. Infatti, pur avendo seguìto un modello di governo parlamentare analogo alla IV Repubblica francese, riuscì a risolvere il problema della maggioranza di governo attraverso un limpido e forte processo politico. Ideò così la coalizione come libera associazione di forze tra loro non assimilabili, anzi con livelli di radicale diversità dal punto di vista culturale o prettamente ideologico. Quelli erano anni in cui i socialdemocratici erano marxisti, i repubblicani laici. Ma non laici come siamo adesso noi, ma piuttosto laicisti. Anzi, per essere più espliciti, erano addirittura... massoni.

Tutte queste differenze, anche sostanziali, non impedirono l'esistenza della coalizione. Non la forzatura di una federazione, per stare al dibattito odierno, dove tutti pensano insieme e in conclusione non pensano affatto! De Gasperi, invece, sollecitò l'adesione dei partiti democratici e li mise insieme attorno a un programma politico che, a tutti gli effetti, rappresentò l'avvio della democrazia del nostro Paese, come lo stesso D'Alema ebbe a riconoscere in occasione di un congresso del Partito popolare.

Insomma, quando diede vita alla coalizione di centro-sinistra, De Gasperi concepì un equilibrio politico fondato sui partiti disposti ad accettare le regole della democrazia e il rispetto delle libertà. Scelta come soluzione di politica interna, la formula fu applicata con successo anche in politica estera, con la ricerca e la realizzazione di una politica di collaborazione tra i vari Paesi a governo democratico.

Proviamo invece ad esaminare i rapporti tra Sturzo e De Gasperi. Come valuta nella storia democratica del nostro Paese il contributo di questi due grandi protagonisti del cattolicesimo politico?

Sono figure molto diverse, istituire un confronto serve a poco. Eppure è fiorito in passato, e tuttora sembra riproporsi, un dibattito se sia più grande Sturzo o De Gasperi. In realtà, Sturzo non si pose il problema dell'equilibrio politico. Volendo rispondere alla domanda di novità che cominciava a scuotere l'Italia, egli si prefisse l'obiettivo di trasformare la società italiana. Concepì quindi la "cultura popolare" in contrapposizione dialettica con quella del socialismo. A differenza della posizione socialista, il popolarismo enuncia e difende la tesi secondo cui la libertà non può che essere ispirata dal cristianesimo. Sturzo rifiuta la lotta di classe come mezzo per risolvere i contrasti sociali e di conseguenza ipotizza, come schema alternativo, l'interclassismo.

Ma la straordinaria novità sturziana, in seguito raccolta dalla Democrazia cristiana, consiste in una concezione della politica internazionale che appare in netto contrasto con la tradizionale e abusata linea di condotta italiana, essenzialmente incentrata sullo sfruttamento delle convenienze. Potrei dire che si trattava di un atteggiamento non molto diverso da quello riproposto in questi ultimi anni da Berlusconi, il quale sceglie l'alleato che conta di più - e cioè l'America - senza peraltro che il nostro Paese possa trarre il benché minimo giovamento da questa alleanza. Una visione tanto miope comportava come conseguenza che, quando le alleanze con i potenti non avvantaggiavano la situazione della piccola Italia, si mutava linea e collocazione con estrema disinvoltura.

La grande intuizione della lezione sturziana, poi fatta propria dallo stesso De Gasperi, riguardò la fatica d'individuare i contorni di un contesto internazionale in cui collocare stabilmente i legittimi interessi nazionali, vincolando a questo quadro le scelte fondamentali di politica interna. Detto per inciso, se avessimo avuto allora la classe dirigente di oggi, l'adesione al Patto Atlantico non ci sarebbe mai stata! In quegli anni, De Gasperi riuscì a gettare le basi per quegli equilibri internazionali che tuttora consideriamo validi e, con grande lungimiranza, riuscì a conferire al nostro Paese una dimensione appropriata nello schieramento internazionale. Adesso ci perdiamo in mille meandri sulle risoluzioni dell'Onu, sulla loro validità e sulla loro operatività, come se fossimo dei notai e non degli operatori politici che anticipano o concorrono ad anticipare le soluzioni ritenute più giuste.

In più, come prima ricordato, De Gasperi capì che era necessario creare un equilibrio di forze in grado di sostenere l'espressione viva e concreta della democrazia rappresentativa, dove non fosse tanto importante l'accettazione di un modello uniforme, quanto la volontà di concorrere alla comune gestione dell'alleanza di governo.

No, non credo che la lezione degasperiana sia datata. Sono convinto invece che sia ancora attuale, perché gli equilibri politici non si costruiscono su obiettivi ideali astratti, ma in vista di un governo possibile della cosa pubblica.

Quale lezione si potrebbe trarre oggi? La prima è che ci troviamo pur sempre di fronte alla necessità di costruire una "vera" coalizione. La realtà politica italiana non fa riferimento ad una condizione di bipartitismo del tipo di quella inglese o americana. In Italia, ci troviamo di fronte ad un pluralismo politico diffuso, cosa che secondo me non è tanto una difficoltà, quanto una ricchezza, perché il pluralismo politico è garanzia di crescita della democrazia e della libertà.

Alle difficoltà, De Gasperi non rispose con la scelta di una federazione dove fosse uno a comandare e tutti gli altri ad obbedire, ma guidò la coalizione nel pieno rispetto degli alleati. Il paradosso è che la coalizione centrista, sebbene stabile nelle sue ragioni di fondo, di volta in volta ha conosciuto governi che subivano la diserzione di una delle componenti del quadripartito. L'unico a rimanere sempre alleato della Dc fu il Partito repubblicano.

Diciamo che l'alleanza centrista rimase in piedi per tutto il periodo cha va dal 1948 al 1953, realizzando le condizioni per la crescita e lo sviluppo della democrazia. Dopo le elezioni del 7 giugno del 1953 ci si trovò di fronte a una sostanziale divisione della classe dirigente, tra chi voleva un immediato ritorno alle urne e chi proponeva l'allestimento di una nuova e plausibile alleanza di governo. In Parlamento furono tentati approcci per un arrivare a un accordo con il Partito monarchico, e il governo cadde. Moro rilevò come gli esiti di quel turno elettorale fossero da valutare in modo positivo, perché da un lato lasciavano intravedere l'apprezzamento per i risultati conseguiti dal governo, dall'altro rappresentavano comunque una sollecitazione indirizzata ai partiti di governo perché tenessero conto delle nuove spinte provenienti dalla società italiana.

In quel contesto, ci si poteva irrigidire nelle formule sperimentate o nei parametri di comportamento acquisiti: non fu così, anche per merito di De Gasperi, e grazie a un profondo rinnovamento di strategia politica la Dc fu in grado di preservare e rilanciare la propria funzione centrale.

Come valuta la posizione della Chiesa in quegli anni?

I rapporti tra la Chiesa e il mondo politico italiano non erano certo quelli che si sarebbero realizzati a partire da papa Giovanni XXIII in avanti! Allora erano caratterizzati, diciamo così, da una certa insistenza nella pretesa ecclesiastica di condizionare la politica e, più direttamente, il partito d'ispirazione cristiana.

De Gasperi decise, piuttosto, di ancorare l'iniziativa della Dc al rispetto della laicità dello Stato e della politica. Fu una decisione di grande coraggio e, ancora una volta, di grande novità. Bisogna infatti tener presente il contesto politico di quegli anni, quando le valenze ideologiche erano di così grande importanza per l'azione di un credente. E De Gasperi stesso era un vero credente: democristiano... e credente! Senza mai tradire la ragioni della fede, impose a sé e agli altri l'adesione all'idea moderna di autonomia della politica.

Sono sempre stato colpito dal fatto che, quantunque De Gasperi non fosse sturziano in senso stretto, venendo dopo la Grande Guerra in Italia, scelse senza indugio di aderire al Partito popolare. Per formazione e cultura, egli non apparteneva a quell'ambiente intellettuale e politico, prevalentemente meridionale, che costituiva l'ossatura del partito. Subito, però, acquisì ruoli di assoluto rilievo e prestigio. Trentino di nascita e asburgico di educazione, ebbe forse per questo la forza di portare al più alto grado di coerenza la professione di laicità nell'impegno politico. Di fatto, assumendo nel ‘47 la guida del Paese, riuscì a risolvere la grande controversia che aveva tormentato il nostro Paese dalla fase risorgimentale in poi.

Con De Gasperi, la rivendicazione della laicità non fu più interpretata come una forma di anticlericalismo, ma piuttosto come una differenziazione di ruoli, grazie alla quale l'ambito della fede non poteva e non doveva esercitare più un indebito condizionamento su quello della politica. Sicché, a completamento di questo, l'ispirazione religiosa della libertà fu un'altra, grandiosa intuizione dello statista trentino, in un momento in cui altre culture affidavano alla dimensione economica il compito di realizzare una nuova e più alta condizione di libertà per l'uomo.

Il "laico" De Gasperi, in effetti, è l'uomo che avvia il superamento degli storici steccati. Ma a lui si deve, per l'evidente eccezionalità della fase storica in cui avanza la sua proposta di governo, la costruzione nell'immediato secondo dopoguerra dell'unità politica dei cattolici. C'è quindi un apparente arretramento rispetto a Sturzo, ovvero alla linea del partito aconfessionale "di cattolici". Nel contempo, un testimone autorevole come Adriano Ossicini attesta il fatto che De Gasperi, ormai giunto al tramonto della sua esperienza politica, coglie nella prospettiva dell'esaurimento della Guerrra Fredda le ragioni della fine della Democrazia cristiana, prevedendo una scissione tra un partito più avanzato di sinistra ed un partito più conservatore di destra. Evento al quale Moro, per altro, non si sarebbe rassegnato mai. In definitiva, sembra che De Gasperi sia al contempo più avanzato e più arretrato, se posto a confronto con altre figure della vicenda cattolico democratica.

No, questa linea interpretativa non la condivido. È vero che Sturzo non fa il partito dei cattolici, ma un partito d'ispirazione...

[continua a pag. 2]


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